GOLFO MISTICO
ENRICO TEALDI

 

Aprile 2014



ANCORA QUI
di Giorgio Falco

Le case, gli oggetti, gli esseri umani, i rari alberi e animali, il mondo intero sopravvissuto. Avevamo fiducia nella seduzione della politica, delle marcette militari, delle merci, dei jingle, della lingua dei cartelloni pubblicitari. Eravamo pubblico, ora usciamo silenziosi, ci incamminiamo dimessi e dispersi, sparpagliati e ricomposti al massimo in un duo, che a volte diventa coppia, o forse, doppio. Le radici ci sorreggono, elevano la materia terrestre sulla quale proseguiamo, nel continuo attraversamento luminoso. Avanziamo circondati dalla luce sabbiosa, la sabbia è stata setacciata invano, rimane aggrappata alla luce avvolgente. Il mondo è un'enorme spiaggia, indossiamo costumi da bagno, non sono semplici indumenti, orpelli, siamo nati così, non abbiamo mai la sembianza di naufraghi o fuggiaschi, ma nemmeno di turisti, facciamo piccoli movimenti, forse vogliamo immergerci in un mare ipotetico, qui invisibile. La terra, anche la più piatta e pianeggiante, diviene confine, vertigine, e dopo ogni passo possiamo decidere di fermarci, di sostare in una sorta di belvedere, Se ci voltiamo per fissare le impronte sulla sabbia, non riconosciamo i nostri passi, giungiamo da un misterioso altrove, e l'attraversamento del colore - il semplice insistere delle tonalità di marrone, il degradarsi del grigio, del beige - è il luogo della dissolvenza. Ci sediamo dando le spalle al percorso fatto. Siamo disposti a rimanere in questa posizione, se necessario anche per sempre, liberi da qualsiasi aspettativa, le schiene forti, incuranti dell'esperienza del passato, disinteressati al futuro. Fissiamo qualcosa circondati dalla gloria della luce, stiamo per dire una parola, o abbiamo appena interrotto la frase, siamo in bilico, sull'invisibile affaccio, sullo scarto. A volte invece decidiamo di restare in piedi, sorretti da misteriosi fili originati fuori dalla scena, arterie che ci sballottano in un centro leggermente scostato, e così dobbiamo puntare i piedi, ancorarci al terreno, aggrapparci a questi segni sottilissimi per non farci erodere dalla luce, dal fenomeno ottico, che tuttavia proprio ci compone. Questi gesti mai ansiosi sono slegati dall'urgenza del sopravvivere, dalla gerarchia, sono semplici azioni ordinarie che accadono silenziose come nei sogni, riti slegati da ogni processo produttivo, soltanto naturale ciclicità, scansione del tempo, fuori da esso, da ogni vedovanza: tutto è tranquillo, il tendone di una giostra in uno stato di quiete, sedie rosse di plastica accatastate. Ma anche i sogni passano, nello stato di sonnolenza del risveglio mattutino, quando la veglia incerta culla la visione. Riapriamo gli occhi, il mondo ci appare come in una vignettatura fotografica. Passiamo il palmo della mano sullo specchio. Il nero è spazzato via per isolare e svelare l'immagine, che tuttavia appare sempre sfuocata, lasciando intorno a sé un alone sfrangiato, un occhio, una palpebra su cui si abbattono lunghe ciglia arruffate, rizomi che forse sono solchi, terminazioni cutanee, tracce del palmo che ha rivelato la superficie. Ci laviamo la mano e la faccia con un po' d'acqua fresca, davanti allo specchio: noi, la casa dove siamo nati, lo scricchiolio dei tramezzi, la casupola di legno prolungamento di una cornice, il portafotografie nel quale siamo finiti ancora da vivi, l’apparenza estranea. Eppure adesso sembra un po' più chiaro. Come nella fotografia di Luigi Ghirri, che ritrae un cancello aperto. I sostegni di mattoni hanno la fierezza di due cipressi. Stavolta, rispetto all'immagine di Ghirri, Enrico Tealdi ci consente di mettere un paio di occhiali, che poggia proprio sui pilastri di mattone, trasformati in naso. Dietro quella montatura leggera, lenti e occhi invisibili sono diventati volto, mente. Così guardiamo chi ci guarda, autoritratto di noi stessi, memoria del mondo. Da questo approdo provvisorio possiamo ricominciare.