DOPO LE SEI DI SERA. DERIVE DEL REALISMO MAGICO
A CURA DI GAIA BOBÒ
ALESSIA ARMENI, ANNE BUCKWALTER, DARIO CARRATTA, RUOXI JIN, LUCA RUBEGNI
OPENING GIOVEDì 14 MAGGIO 2026
FINO AL 24 LUGLIO 2026
Dopo le sei di sera. Derive del realismo magico
Gaia Bobò
Esiste una dinamica silenziosa insita nel termine deriva, che contiene in sé una tensione tra due possibili significati: quello di progressione lineare e quello di deviazione involontaria. Questa doppia direzione oppone la successione organica alla casualità di una svolta imprevista, contrapponendo un processo di evoluzione a uno di mutazione. Di queste due idee, è forse alla seconda, in cui flutti e correnti oblique si oppongono a una traiettoria predefinita, che questa esposizione guarda immaginando un dialogo aperto con l’esperienza storica del realismo magico. La mostra non ha, in effetti, un’ambizione filologica, né intende esaltare il ritorno programmatico alla tradizione figurativa di tale esperienza, sebbene questo fenomeno sia indubbiamente osservabile nel più vasto orizzonte della pittura contemporanea. La ricerca che ha prodotto questo progetto ha piuttosto l’obiettivo di raccordare criticamente alcune esperienze artistiche che, in modo più o meno intenzionale, hanno suonato alcune corde dello strumento del realismo magico, a volte isolandone una qualità specifica, altre giocando con le sue suggestioni formali, ma comunque traslando quest’esperienza in un sistema estetico personale e autonomo.
Dopo le sei di sera fruga nel baule delle cose nascoste, e fa della storicità il suo stesso manifesto: questa dicitura è stata infatti presente negli inviti della galleria sin dagli anni ’60, quando essa portava ancora il nome de Il Segno, sotto la direzione di Angelica Savinio, per indicare l’orario di inizio dell’inaugurazione delle mostre. Nell’occasione odierna, questa è posta al centro di uno spostamento semantico che la trasforma in titolo, lasciandone affiorare il potenziale visivo. L’evocazione del realismo magico non è dunque solo un omaggio all’albero genealogico della galleria – proprio Alberto Savinio, parlando dell’opera del fratello Giorgio de Chirico, lo appellò come un «mago moderno» – ma anche il piano ideale per una pratica di risignificazione che passa attraverso il linguaggio. La natura stessa del titolo è infatti un esempio di realismo magico: un’informazione di servizio, presenza discreta e laterale, può nascondere in sé un lato ambiguo, un mistero inesplorato. Il suo carattere crepuscolare diviene l’ambiente ideale per l’attivarsi di una dinamica di sospensione temporale che è forse il primario legame tra gli artisti e le artiste in mostra.
Ne è un primo esempio la metafisica atmosferica di Alessia Armeni, le cui opere isolano nel loro campo pittorico frazioni di interni architettonici che gradualmente perdono i propri connotati riconoscibili. L’artista si serve dello specchio sia come dispositivo per la costruzione dell’immagine che come espediente visivo, riconoscibile nell’opera stessa. Il ribaltamento diviene per Armeni un’azione radicale in cui la realtà, una volta traslata nella sostanza pittorica, assume una diversa consistenza spirituale. La luce è l’elemento che permea questa nuova dimensione e ne definisce i contorni: è a partire da essa che le superfici iniziano a vibrare, grazie anche alla variazione dell’intensità delle pennellate. Nella progressiva rinuncia alla specificità del soggetto, l’artista condensa un mistero che viene così integrato nel linguaggio della pittura.
Il motivo dello spazio architettonico riverbera inoltre nell’opera di Anne Buckwalter, in cui la casa diviene lo scenario privilegiato per la comparsa di perturbazioni minime del quotidiano. L’artista irrompe nella ripetitività rassicurante degli interni domestici tipici delle piccole comunità della Pennsylvania inserendovi dei dettagli erotici capaci di focalizzare immediatamente lo sguardo, trasformando la passività della contemplazione in un’azione voyeuristica. Eppure l’ambiente non retrocede in secondo piano con l’affiorare di queste presenze estranee, ma anzi la ripetizione ossessiva dei motivi decorativi diviene un dispositivo per rafforzare l’inquietudine di un ambiente apparentemente ordinario, e tuttavia infestato da contraddizioni celate.
Il concetto di spettralità riveste un ruolo centrale nella grammatica del realismo magico, dove questa può essere intesa come espressione di un’«apparizione “magica” di cose e figure avvolte da un silenzio cristallino» (A. Negri). Fu sempre Alberto Savinio a proporre come alternativa alla più nota definizione di “realismo magico” quella di “naturalismo spettrale”, offrendo una definizione che sembra aprire un varco verso la dimensione del perturbante. A questa sfumatura sembra accostarsi il lavoro di Dario Carratta, in cui un’inquietudine mistica si insinua senza sforzo tra le pieghe della realtà. Nelle opere esposte in mostra, il focus è spostato sulla tensione interna alle situazioni da lui costruite, che emergono da un silenzio profondo e abissale. L’accostamento dei diversi soggetti riflette la ricchezza dell’immaginario onirico dell’artista, alimentato da giustapposizioni e incontri tra presenze animate e inanimate tra cui si attiva una dinamica simbiotica, come se tra le une e le altre potesse trasmettersi un’energia occulta, in un flusso ininterrotto.
Il processo di incantamento degli oggetti è la vocazione centrale dell’opera di Ruoxi Jin. La sua ricerca scultorea e installativa prende la forma di una caccia al tesoro in cui l’artista attinge al reale mettendo alla prova i suoi meccanismi di attivazione. In un processo dai tratti giocosi, oggetti apparentemente incoerenti sono combinati per dar vita alla costruzione di insiemi fantastici: essi sono accostati tra loro fino allo scatto dell’incastro perfetto, che genera un’istantanea epifania. Da quel momento, gli elementi si fondono in un equilibrio magico, trasfigurandosi in una totalità che non consente più di guardare a essi come entità separate. Per la mostra, Ruoxi Jin presenta inoltre un’installazione site-specific che consiste in due piccole finestre incastonate nelle nicchie architettoniche della galleria, quasi a suggerire la presenza di uno spazio altro, un mistero-dietro-le-cose che dà segno di sé attraverso un riverbero luminoso, proiettando chi guarda nell’altrove di un esterno notturno.
Infine, Luca Rubegni è forse l’artista che più direttamente guarda al realismo magico come linguaggio, o come struttura formale da cui partire per osservare e processare il proprio quotidiano, ricercando in esso un nuovo incanto. Il suo lavoro si basa sulla messa in relazione di elementi dissimili, che vengono accordati all’interno di atmosfere irreali. Nel suo sguardo transitano le esperienze novecentesche che confermano la discendenza e fascinazione per il Quattrocento italiano, e che inseguono una metafisica che si costruisce nella tensione tra colore, soggetti e forme. Ne è un esempio la ricorrenza dei volumi architettonici e di presenze enigmatiche, come un angelo dell’Annunciazione, o ancora il riverbero della dimensione del gioco, come nell’opera Abandoned Playroom (2025), in cui oggetti e simboli sembrano fluttuare in un plasma invisibile.