GIRO DI VENTO
MARINA DACCI
La pittura di Sabrina Casadei è un intervento di "ri-pulitura" dell'abitare paesaggi non inquinati da narrazioni preesistenti e in cui la luce e il colore diventano un corpo che nasce dal corpo.
Il corpo dell'artista, invisibile sulla tela o sulla carta, in realtà è il vero elemento formativo dell'opera e del mondo stesso: è la calamita che attira quel che abbiamo necessità di sentire procedendo per disvelamenti che la pittura materializza in un costante movimento di energie. "Qualità, luce, colore, profondità, che sono laggiù davanti a noi, sono là soltanto perché risveglino un’eco nel nostro corpo, perché esso li accolga" (*).
Questa apparente invisibilità dell'artista, sognante e lucida insieme, prende forma e diventa così taumaturgica veicolando una consapevolezza che va oltre i confini di quel visibile talvolta ovvio.
Sabrina Casadei porta all'interno dello spazio pittorico tutto il mistero della vita che la storia porta sottotraccia.
Le superfici delle sue opere sono porose, irregolari, riflettenti e assorbenti, spesso indisciplinate e diventano la seconda pelle del mondo e della stessa artista. Si misurano con le inaspettate reazioni dei materiali in relazione tra loro: una sorta di omeostasi fatta di scambi tra corpo e materia.
Le forme appaiono in costante movimento: seguirle e immaginarne l'evoluzione significa seguire e immaginare le loro trasformazioni...significa dare spazio al futuro della visione.
E' un manifesto contro la staticità dell'immagine e a favore di intangibili estensioni di un ritmo cosmico.
Ecco che nelle opere in mostra cieli si scontrano/incontrano in magmi cromatici, la luce affonda in profondità siderali, il chiarore pare attraversare un'acqua vibratile o venire inghiottita in caverne profonde. Un' immersione in uno spazio moltiplicato, cangiante come il sogno.
Nei nostri scambi in studio abbiamo rintracciato molte analogie con culture arcaiche e originarie che lasciano al sogno una funzione essenziale di affioramento di epifanie e di presagi.
Della stessa materia del sogno è l'opera: silenziosa e enigmatica, come un vaso alchemico che accoglie la vera essenza delle cose e il loro potenziale, dando corpo all'invisibile.
Un viso del vento chiama....
"Raccolgo cielo
con mani a coppa
e occhi senza fame, suoi inafferrabili insegnamenti, istruzioni per tornare vivi,
qualunque tempo faccia.
Lentamente
lentamente
riporto a terra un lancio
mani zeppe di invisibile..." (**)
Seppure letteratura e scienza siano spesso punti di partenza nella sua ricerca, nel processo di lavoro la sua postura è altrettanto fluida, mai data in modo predefinito: niente bozzetti o disegni su soggetti reali da rielaborare, al massimo stratificazioni di sguardi che diventano "visioni incarnate" frutto di una gestualità spontanea che restituisce un senso panico del proprio esistere e che accoglie la "volontà della materia" con cui l'artista si pone in dialogo.
I gesti di scambio con la tela e i materiali, in questa condizione di dormiveglia, assomigliano a un mantra.
I tempi di gestazione della pittura sono lenti e le modalità multiple.
La tela viene posta in orizzontale per consentire una stesura in larghe campiture in cui acqua e pigmenti, gesso, cera, coloranti, decoloranti (spesso ipersensibili alla luce e all'umidità) prendono la loro strada sulla superficie, a volte combattendo tra loro. Successivamente, sulla tela posizionata in verticale, l'artista interviene aggiungendo, sottraendo, modificando la materia con altra materia con interventi a pennello. Il processo può continuare con questo approccio in numerosi passaggi, generando stratificazioni multiple.
Il risultato talvolta presenta cristallizzazioni, variazioni di consistenza, trasparenze sulla superficie della tela con risultati affatto differenti anche a seconda della tipologia di tela scelta. I taccuini esposti, di diversi formati, sono diari di bordo - o meglio diari di "viaggio" la cui realizzazione ha implicato un’immediatezza che la carta chiama. Accolgono raccolte tematiche (Mappe di cieli, Spargono fiori, Blu, Spiriti e famigli, Correnti, Paludi, Sottacqua) accostando cromie in una narrazione che si materializza nella foliazione piuttosto che nella stratificazione. Allenamenti dello sguardo e della mano.
Nella sperimentazione della piccola tessitura il tempo ha agito al contrario in un intervento paziente e quasi schivo. La tessitura a telaio jacquard digitale è stata sezionata e "scomposta" fino a perdere l'immagine iniziale. Gli interventi manuali hanno reso la sua texture cedevole, non priva di errori, generando orizzonti irregolarmente fluidi.
Quest'attitudine artistica e psichica insieme apre a una condivisione collettiva originale: osservando i lavori di Sabrina Casadei si abbandona la relazione con la quotidianità dello spazio fisico in cui si è immersi, risucchiati al loro interno da una peculiare forza centripeta. Nell'instabilità di questa pittura pare così di trovare un diverso equilibrio che si coordina in sistemi più vasti: calibrando la nostra presenza al ritmo del maestoso paesaggio e trasformandoci in fragili membrane. L'obiettivo non è essere visti, ma appartenere; la possibilità di abitare lo spazio senza occuparlo operando sulle sue stesse frequenze.
Presagi, trapassi, soglie: la sua è una pratica tra sogno e segno, una sincresi in cui l'opera è costantemente nomade.
(*) Maurice Merleau-Ponty in L'occhio e lo spirito, SE, 1989 (**) Chandra Livia Candiani in Fatti vivo, Einaudi, 2017